domenica 7 gennaio 2018

Sacchetti biodegradabili: un milione di buone ragioni per smetterla di giocare!


Dal primo gennaio i supermercati devono fornire sacchetti biodegradabili a pagamento per tutti gli alimenti sfusi che devono essere pesati. La nuova norma, contenuta nella Legge n. 123 del 3 agosto 2017, non ha mancato di suscitare polemiche. Tra i sostenitori del provvedimento, alcuni  si sono trincerati dietro la solita frase "l'Europa ce lo chiede", in questo caso quantomai falsa poiché nessuna norma comunitaria impone l'uso di tali sacchetti. Altri, invece, hanno plaudito all'iniziativa del governo: si tratterebbe di un piccolo contributo per sostenere l'ambiente, giusto, quindi, imporlo per legge. Questa tesi sembra smontata dal fatto che tale "contributo" rimarrà nelle mani di chi ci vende gli alimenti contenuti nei sacchetti. Tra i molti critici, il Sole 24 ore, giornale abitualmente equilibrato nei giudizi,avanza una serie di dubbi che appaiono fondati [1]. Perché non permettere l'uso alternativo di sacchetti di carta, sicuramente più ecosostenibili? Perché imporre che i sacchetti siano monouso e, cioè, che non possano essere riutilizzati per lo stesso scopo e, ancora, perché stabilire che essi siano fabbricati con plastica vergine, cioè non riciclata? In alcuni ambienti economici, ripresi dallo stesso quotidiano milanese, si ventila che il provvedimento, più che proteggere l'ambiente, abbia il fine di favorire alcuni produttori di bioplastica: si spiegherebbe così il fatto che la plastica dei sacchetti potrà essere prodotta da materie prime rinnovabili soltanto al 40% (a regime si arriverà al 60%), in altre parole potrebbe persino non essere adatta al compostaggio dei rifiuti organici, in tal caso i sacchetti che ci verranno venduti dai supermercati dovrebbero essere conferiti con la plastica e non con la frazione umida...
Personalmente, non sono incline a credere che sia una manovra volta a favorire Tizio o Caio, produttori di sacchetti. Al contrario, penso che si tratti dell'ennesima norma raffazzonata, volta a dare l'impressione di aver fatto qualcosa per l'ambiente per poi spenderla in campagna elettorale, mentre l'ambiente rimane probabilmente l'ultima tra le priorità dei governi di questa legislatura. L'obbligo di usare plastica vergine e sacchetti monouso suggerisce infatti che tali misure potrebbero ottenere un effetto opposto a quello che si proclama di volere, aumentando la quantità di plastica così prodotta. E, di certo, non depone bene il fatto che la norma sia stata inserita in una legge con tutt'altro titolo (Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno)...

L'inquinamento da materie plastiche costituisce indubbiamente una delle emergenze del pianeta, come vuole ricordare la foto in alto: tali materiali "sopravvivono" nell'ambiente per tempi lunghissimi che, in qualche caso, giungono ai 1000 anni. La politica dei paesi più ricchi, negli ultimi anni, ha cercato di spingere nella direzione del riciclo di tali materiali. Si è preferito sorvolare sul fatto che il riciclo delle plastiche richiede energia, produce CO2, e, quindi, è di per se inquinante. Si è preferito dimenticare che le plastiche riciclate hanno sempre una qualità inferiore a quella delle plastiche vergini da cui derivano e, quindi, non sono adatte ad un uso igienico in contatto con alimenti. Un parziale cambiamento di rotta è contenuto nella direttiva UE 2015/720 del 29 aprile 2015. La direttiva è proprio quella invocata dal governo per giustificare la legge sui sacchetti. In realtà essa impone agli Stati membri l'adozione delle "misure necessarie per conseguire sul loro territorio una riduzione sostenuta dell'utilizzo di borse di plastica in materiale leggero", obiettivo che, come abbiamo visto, la legge 123/2017 non può cogliere. La stessa direttiva UE spiega come la misura possa  (a) comprendere il ricorso a obiettivi di riduzione a livello nazionale oppure (b) prevedere il mantenimento o l'introduzione di strumenti economici nonché restrizioni alla commercializzazione.
Senza porsi alcun obiettivo di riduzione, il Governo italiano ha scelto la più facile strada (b) e ha deciso di imporre un costo visibile per (alcuni) sacchetti, cosa che parrebbe atta a disincentivarne il consumo, stabilendo però contestualmente l'obbligo di usare sacchetti vergini, nei fatti rendendo impossibile ogni riduzione, a meno che non intendiamo smettere di consumare frutta e verdura.

Nel seguito di questo articolo cercherò di discutere quali misure alternative veramente efficaci sarebbero state possibili, prendendo in considerazione le varie tipologie di imballaggi di plastica che oggi vengono riciclate con un costo elevato per la società o, peggio ancora, finiscono in discariche e inceneritori. Per ognuna delle tipologie, fornisco il peso stimato dei rifiuti prodotti in media da un italiano, per avere il peso totale basta moltiplicare per 60 milioni. Una fonte che si è rivelata utile a questo proposito è il blog "portalasporta", promosso dall'Associazione Comuni Virtuosi [2]. In ogni caso, come vedremo, la parola magica è riuso. Imballaggi e contenitori devono essere realizzati con materiali durevoli, come ad esempio il vetro o la plastica rigida, stabilendo norme che spingano al riuso degli stessi, come potrebbe essere una tassa su ogni contenitore.

Composizione dei rifiuti di materia plastiche provenienti dalle famiglie italiane. 


0.7 Kg: sacchetti per frutta e ortaggi

Prima di ogni altra cosa è necessario sapere di cosa stiamo parlando: i sacchetti per frutta e ortaggi oggi in uso da parte della grande distribuzione, come quelli impiegati prima della nuova legge, pesano circa 4 grammi. In un anno, secondo le statistiche, ogni italiano ne usa in media 170, circa 0.7 kg a testa o, se preferite, 42 mila tonnellate l'anno in Italia. E' dubbio che la nuova legge ridurrà in qualche modo questa quota.

1 Kg: detergenti per la cura della persona
Questo è il peso medio dei contenitori dei detergenti che un consumatore italiano acquista in media in un anno. Come ridurli? Accordare la propria preferenza ai saponi solidi, come un tempo si usava, piuttosto che a quelli liquidi, sarebbe la soluzione ideale: sono commercializzati usando la carta, materiale riciclabile e compostabile, come imballaggio. E come fare con lo shampoo o il bagnoschiuma, vere icone della società dei consumi [3]? Potrebbero essere venduti alla spina e versati in flaconi di vetro o plastica di proprietà del consumatore. Una soluzione che avrebbe un minore impatto sui consumatori è la vendita in buste di plastica monouso, come oggi avviene per alcuni "ricambi". Tali buste, avendo un peso sensibilmente inferiore, ridurrebbero l'impatto sull'ambiente.

 1,9 Kg: stoviglie usa e getta

A tanto ammonta il peso di piatti, bicchieri e posate di plastica prodotto in media da un italiano.
La soluzione è estremamente semplice, bisogna usare stoviglie costruite con materiali durevoli ed impiegare per il lavaggio le lavastoviglie, che richiedono un consumo di acqua e detersivi molto ridotto rispetto al lavaggio a mano. Evitando rimedi drastici come la proibizione delle stoviglie in plastica, sarebbe sufficiente imporre su di esse una tassa e fare una campagna di sensibilizzazione.

3 Kg: buste di plastica monouso

Le sporte monouso sono proibite in Italia dal 2011 soltanto presso la grande distribuzione di generi alimentari, ma continuano ad essere utilizzate presso negozi piccoli o di generi non alimentari o mercati rionali, per un totale stimato in circa 3 Kg l'anno per ogni italiano (prima della legge del 2011 erano 6 Kg). Estendere a tutti gli esercizi la normativa vigente per i supermercati alimentari consentirebbe di azzerare questa cifra.

4 Kg: contenitori per detersivi e detergenti per la casa

In media, in un anno, ogni italiano si disfa di 70 contenitori per detersivi e detergenti per la casa, per un totale di circa 4 kg. Obbligare la vendita alla spina dei detersivi liquidi avrebbe un forte impatto di riduzione dell'inquinamento. 

7 Kg: contenitori di plastica per bevande, succhi, acqua minerale, latte

Anche qui l'obbligo della distribuzione alla spina permetterebbe una drastica riduzione degli inquinanti.

Conclusioni

La proibizione degli shopper monouso presso i supermercati, stabilita per legge nel 2011 ed entrata in vigore soltanto nel 2015 dopo mille proroghe, ha permesso una importante riduzione della produzione di rifiuti di plastica che può essere stimata, per ogni anno, in circa 3 Kg per ogni italiano ovvero in 180 mila tonnellate in totale. La produzione totale di rifiuti di plastica ammonta tuttavia ancora a circa 17.6 Kg pro capite ovvero circa un milione di tonnellate l'anno in totale. La normativa introdotta dalla legge 123/2017 incide soltanto su 0.7 Kg pro capite di rifiuti di plastica, ovvero su circa il 4% del totale e non fornisce neppure garanzia di ridurre tale minuscola quota. Provvedimenti molto più efficaci potrebbero essere introdotti, senza incidere troppo sulle abitudini dei consumatori, intervenendo sugli shopper monouso (17% del totale degli attuali rifiuti di plastica) ancora permessi in molti esercizi commerciali, come pure con la proibizione dei contenitori monouso per detersivi e detergenti destinati all'impiego casalingo (23%). Ancora di più si può fare intervenendo sulle bottiglie di plastica adoperate per contenere bevande, latte o succhi (40%). Gli interventi che propongo porterebbero ad un abbattimento dell'80% dei rifiuti di plastica


[1] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-01-03/ecco-come-funziona-legge-sacchetti-biodegradabili-210318.shtml?uuid=AEDsBpaD&refresh_ce=1
[2] http://www.portalasporta.it/plastica_meno_15_chili.htm
[3] https://www.youtube.com/watch?v=1RRt_3iU5Os

sabato 7 ottobre 2017

Abbandonare gli animali è un reato! Lettera aperta ad un sindaco


Caro Sindaco,
ti scrivo in uno stato emotivo alterato, sono commosso e al tempo stesso adirato, perché non saprei davvero a chi altri rivolgermi. Poco fa, io e mia moglie abbiamo trovato altri due animali abbandonati, sono due gattini piccolissimi, ancora con gli occhi chiusi, tracce di cordone ombelicale, incapaci di alzarsi sulle quattro zampe. Erano lì, freddi come cadaverini, pigolavano flebilmente buttati in mezzo ai rovi bagnati dalla pioggia di stamane, tra le immondizie che alcuni nostri concittadini gettano dove capita prima. Li abbiamo raccolti per soccorrerli, come avevamo fatto appena 5 giorni fa con un'altra gattina, Mignolina, (è quella grigia nella foto), come abbiamo fatto due mesi fa con un cagnolino, Ninai, trovato abbandonato e pieno di pulci. Non so davvero cosa fare, non posso lasciare morire un animale di fame e di sete dietro l'uscio di casa. Noi già ospitavamo un cane, Ciccio, in paese lo conoscono quasi tutti, e sei gatti, la Bella, Schicchirigno, che abbiamo trovato cieco dietro la porta di casa con gli occhi divorati dalla rinotracheite, la Piccisgnaccola, Misiricchiu (detto
anche Bin Laden perché è un vero terrorista), Brunello e Drusilla. Tutti trovatelli, tutti sterilizzati. Molti altri animali abbandonati, per fortuna, siamo riusciti a regalarli. Si, perché viviamo in un appartamento e in un condominio, non abbiamo un vero giardino, soltanto un terrazzo.
Ti scrivo, caro Sindaco, perché credo che l'abbandono degli animali nella nostra cittadina, non debba rimanere un problema soltanto nostro e di quegli altri che come noi, si occupano degli animali abbandonati. So che di questo dovrebbe occuparsi il Comune e, per questo ti scrivo: insieme possiamo cercare di trovare una soluzione. Credo che occorrano le telecamere e che l'abbandono debba essere perseguito come previsto dall'articolo 727 del Codice Penale, "Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda da 1.000 a 10.000 euro.". Al tempo stesso mi rendo conto che non posso continuare ad accogliere altri animali perché non sono in grado di assicurare loro le cure e gli spazi di cui avrebbero bisogno. Lo stesso art. 727 prosegue infatti: "Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze". Cani e gatti in spazi ristretti infatti litigano e gli ambienti di cui dispongo, con tutti i sacrifici che io e mia moglie possiamo fare, hanno raggiunto un limite che non è possibile superare senza pregiudizio per la salute delle nostre care bestiole.
Ai miei concittadini chiedo aiuto: un cane o un gatto portano gioia in una casa, se vi è possibile adottate i trovatelli, non comprate animali di razza! E se possedete cani o gatti, fateli sterilizzare, soprattutto le femmine, non risparmiate su questo: cento euro spesi così ridurranno di tanto le sofferenze di povere bestie incolpevoli!


sabato 12 agosto 2017

Acqua sporca, acqua pulita: ma diamo i numeri?


Ecco tutti i numeri del mare siciliano: in alto secondo il Ministero per la Salute [1] e, in basso, secondo la rilevazione indipendente di Goletta Verde [2]. In entrambi i casi, il blu sta a indicare parametri entro la norma, mentre il giallo e il rosso indicano acque inquinate o fortemente inquinate, rispettivamente.

Il disaccordo è lampante: mare pulito ovunque in Sicilia per il Ministero, numerosissimi casi di inquinamento per Goletta Verde che dal 1986 monitora per conto di Legambiente la qualità delle acque balneabili italiane. La credibilità dei dati che il Ministero diffonde (soltanto da tre anni!) è messa in dubbio dalla stessa Legambiente e da molte fonti anche giornalistiche[3].
Se è comprensibile che il Ministero abbia interesse a non allarmare i turisti, destano preoccupazione le conclusioni di Goletta Verde. Secondo l'organizzazione indipendente, il problema nasce dalla scadente efficienza dei depuratori in Italia.  I dati del sito della Commissione Europea  «Urban Waste Water Treatment Directive (UWWTD) site for Europe» [4], collocano infatti l'Italia agli ultimi posti in Europa per il rispetto della normativa europea sulle acque di scarico: soltanto un terzo delle acque sono trattate correttamente e peggio di noi vi sono soltanto soltanto Romania, Lettonia e Bulgaria!

Per concudere, convinti di essere utili a qualcuno dei nostri lettori, pubblichiamo, per ciascuna località, i dati rilevati lungo le coste siciliane da Legambiente.


[1] http://www.portaleacque.salute.gov.it/PortaleAcquePubblico/
[2] https://www.legambiente.it/golettaverde-map/
[3] http://www.corriere.it/cronache/17_agosto_11/mare-inquinato-goletta-verde-40percento-campioni-ha-batteri-oltre-limiti-cca68a86-7e7d-11e7-9e20-fd5bf758afd2.shtml?refresh_ce-cp
[4] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52016SC0045

domenica 5 febbraio 2017

TUTTE LE POLIZZE DELLA RAGGI


I fatti, prima di tutto. Salvatore Romeo, impiegato del comune di Roma, nel gennaio 2016 acquista due polizze sulla vita, per un totale di 33 mila euro, indicando come beneficiaria Virginia Raggi, probabile futuro sindaco. Nel mese di giugno la Raggi viene eletta sindaco e Romeo riceve la promozione cui aspirava.

A prima vista, sembrerebbe un caso classico di corruzione e possibile concussione, tuttavia i giudici che indagano sui fatti, dopo un lungo interrogatorio, escludono ogni ipotesi di reato. Com'è possibile?

Vediamo un po'. Se piuttosto che di polizze assicurative si fosse trattato di un trasferimento di denaro contante, si sarebbe trattato di corruzione per Romeo e concussione per Raggi. Romeo avrebbe versato quei soldi per ottenere un vantaggio e questo vantaggio gli sarebbe stato accordato.

L'idea che le cose possano essere andate così ha già fatto tanto danno politico al M5S. Le persone, come diceva William James, raramente agiscono sulla base di ciò che è vero, ma piuttosto sulla base di ciò che sembra vero. E per questa ragione la vicenda Raggi-Romeo, dopo la pubblicazione da parte dell'"Espresso", ha già causato enormi danni di opinione, a Virginia Raggi e al M5S

Cerchiamo di analizzare criticamente i fatti e di comprendere se ci possa essere stata malversazione da parte di Raggi, di Romeo o di altri. La prima cosa che realizziamo è che si tratta di polizze assicurative che la Raggi avrebbe potuto incassare soltanto dopo la morte di Romeo, che risulta essere un cinquantenne apparentemente in buona salute. La Raggi è più giovane di Romeo, tuttavia sembra poco verosimile che ella possa aver accettato un pagamento che sarebbe avvenuto tra 30 o 40 anni. La seconda cosa da osservare è che Romeo, come per tutte le polizze sulla vita, manteneva il diritto di cambiare in qualsiasi momento il beneficiario della polizza: a Romeo sarebbe quindi bastato un istante per andare dal proprio agente assicurativo e fare beneficiario dalla polizza chessò il proprio figlio, piuttosto che la Raggi. Il vantaggio per la Raggi diventa così del tutto aleatorio e, francamente, ci sembra inverosimile che ella possa avere accettato un talmente improbabile "pagherò". Terza e ultima osservazione: la Raggi non era al corrente dell'esistenza delle polizze o, perlomeno, non vi è alcuna prova che lo fosse. E, onestamente, ci sembra assolutamente improbabile che un avvocato esperto come Virginia Raggi potesse accettare un pagamento così incerto e improbabile per correre il rischio di uno scandalo dal quale difficilmente lei e la giunta romana avrebbero potuto sopravvivere.

Si potrebbero aggiungere altre ragioni per cui la malversazione è poco credibile, come potrebbe essere l'esiguo ammontare della somma che la Raggi avrebbe ricevuto, ma, il punto centrale è che nessuno di noi potrebbe essere tanto sciocco da accettare in pagamento polizze come quelle intestate alla Raggi da Romeo. La vera domanda cui bisognerebbe rispondere è perché allora queste polizze, chi ne ha ricevuto effettivamente un vantaggio?

E' evidente che Romeo in questa storia non ha mai corso il rischio di che i suoi soldi finissero veramente alla Raggi. E' altrettanto evidente che da questo scandalo abortito l'"Espresso" e la "Repubblica", i giornali che hanno montato lo scoop, e con essi l'editore De Benedetti abbiano già ottenuto un vantaggio economico, in termini di maggiori vendite. Tutta questa storia ha il sapore di uno scandalo montato a tavolino ad orologeria per danneggiare l'immagine di Virginia Raggi e, in prospettiva, il M5S e non è sorprendente che dietro tutto vi sia proprio quel gruppo editoriale che più apertamente sostiene il PD e non perde occasione per denigrare il M5S.


giovedì 26 gennaio 2017

Migranti e psicostoria

Da sempre, uno dei miei scrittori di fantascienza preferiti è Isaac Asimov, Nato nel 1920 in una famiglia di ebrei russi benestanti immigrati in USA subito dopo la rivoluzione d'Ottobre, Asimov era, evidentemente, uno che di flussi migratori se ne intendeva. Oltre a scrivere di fantascienza, Asimov era un grande divulgatore scientifico ed uno scienziato: aveva conseguito un PhD in biochimica e per alcuni anni insegnò come professore associato presso la Boston University School of Medicine.
Alcune delle idee concepite dall'Asimov scrittore, come le famose tre leggi della robotica, sono tutt'oggi discusse anche nella letteratura scientifica. Un'altra idea di Asimov, poco ortodossa e sicuramente di difficile realizzazione se pure fosse possibile, è la psicostoria , una ipotetica disciplina scientifica che studierebbe l'evoluzione della società umana (e quindi predirrebbe la storia) a partire da una configurazione iniziale nota. Un po' come la meccanica statistica, la psicostoria riguarderebbe le probabilità con le quali determinati eventi potrebbero verificarsi e, in analogia alla Meccanica Statistica, che è fondata sulle Leggi della Meccanica, essa sarebbe basata sulle "Leggi dell'Umanistica", che, ovviamente, bisognerebbe prima individuare.

Con un po' di presunzione, e rifuggendo da ogni approccio ideologico, mi permetto di suggerire una, anzi quattro, possibili "leggi dell'umanistica" che riguardano il problema delle migrazioni.
0) I flussi migratori sono proporzionali al gradiente della ricchezza percepita.
I lettori iniziati alla scienza capiscono perfettamente. Per gli altri posso cercare di tradurre: i migranti si muovono dove trovano, o sperano di trovare, migliori condizioni di vita. Credo che, a partire dalle migrazioni degli ominidi, tutta la storia abbia rispettato questa legge. Non è un mistero neppure che, ai flussi migratori, le popolazioni che si percepiscono come privilegiate possano cercare di opporre "muri" di vario genere. Sembra proprio che i Neanderthal siano stati i primi a farlo, opponendo la propria superiorità fisica ai più gracili Sapiens che, dall'arida Africa, cercavano di raggiungere la fertile Europa. Successivamente ci provarono i Romani, i Cinesi e, anche adesso, ci vorrebbero provare in molti.
Spingendo oltre la mia presunzione, dal momento che sono soltanto un'appasionato e certo non uno specialista di storia, mi sento di enunciare, sempre evitando approcci ideologici, alcune altre leggi che riguardano i fenomeni migratori:
1) Le popolazioni che vivono nei territori che ricevono i migranti, spesso non esprimono entusiasmo per la visita.
Non sappiamo cosa i Neanderthal pensassero dei Sapiens, ma sappiamo per certo che, presso i Romani, le parole "barbaro" (in origine significava "straniero") e "vandalo" (in origine era soltanto il nome con cui si indicavano gli appartenenti ad una certa tribù germanica) assunsero un significato assai poco lusinghiero
2) Raramente i muri sono stati utili a fermare flussi migratori
3) Con l'importante eccezione dell'invasione dell'Homo Sapiens (che, apparentemente, ha cancellato la civiltà Neanderthaliana senza che ne restassero tracce), il risultato delle invasioni è una civiltà nuova, diversa tanto da quella di chi è giunto con le migrazioni quanto da quella di chi le ha subite.
Dopo aver enunciato queste Leggi fondamentali dell'Umanistica riguardo alle Migrazioni senza concessioni a tentazioni ideologiche, ma limitandomi alla generalizzazione di fatti osservati (mi perdonerete se scrivo con un tono più adatto ad un articolo scientifico, visto che cerco di temperare con l'ironia), posso adesso permettermi di suggerire una via d'uscita pratica. Come tutti sanno, a questo punto è difficile non essere condizionati dall'ideologia, così non pretenderò di non esserlo. Il mio ragionamento è semplice e segue dalla Legge Zero e dalla Legge Due: un tentativo per arrestare le migrazioni potrebbe essere fatto cercando di annullare il gradiente della ricchezza percepita, e, dal momento che, almeno in parte, ciò che percepiamo è la realtà, la mia modest proposal è cercare di annullare i gradienti della ricchezza. Per la verità ci sarebbero almeno due modi diversi per farlo. Uno è impoverire i paesi ricchi: questa è la strada seguita dal capitalismo finanziario globalizzatore, magari facendo in modo che soltanto pochissimi individui siano veramente ricchi (ah, Gini!) e che le frontiere della ricchezza non siano facili da individuare, protette come sono dal segreto bancario, dalle Isole Cayman e dall'IOR. Una strada alternativa è lavorare per migliorare le condizioni di vita nei Paesi meno sviluppati. Quest'ultima, naturalmente, è una via che potrebbe suggerire soltanto un comunista qual sono.

sabato 1 ottobre 2016

Le mie ragioni per il NO

La "riforma" di Renzi è soltanto un trucco per rendere impraticabile la revisione degli accordi di Maastricht, qualora alle prossime elezioni dovesse vincere il M5S. Una volta che ho messo avanti la mia tesi che per alcuni suonerà sicuramente provocatoria, ve ne fornisco una dimostrazione, precisa e inoppugnabile.
Molto di quanto Renzi faccia o sfaccia è legato al perseguimento della sua politica, cioè l'occupazione del potere. Così l'Italicum fu pensato per garantire al PD la maggioranza assoluta ed è stato rimesso in discussione quando si è visto che rischiava di favorire il M5S. 
Lo scopo vero della "riforma" costituzionale di Renzi è, secondo me, quello di avere un Senato con una maggioranza determinata dalla contiguità al potere: ben il 5% dei senatori nominati dal presidente della Repubblica ed il resto dai consigli regionali e dai sindaci. Il senato è quindi concepito come un elemento di conservazione dell'establishment, cosa non strana e che per altro avviene in USA e Germania, dove la camera alta serve a garantire la forma federale dell'unione. Il fatto che il Senato sia investito del diritto di veto (semplifico) su certe materie piuttosto che su certe altre, indica quindi cosa si intende rendere molto difficilmente riformabile. L'art. 70 stabilisce su quali materie Camera e Senato possano giocare a rinviarsi le leggi esattamente come avviene adesso, non è quindi casuale che la sua riscrittura abbia richiesto fiumi di parole. Tra le materie di pertinenza anche del senato vanno quindi rintracciate quelle che si intende blindare. Tra queste materie, particolarmente rilevanti sono "le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea" . La mia lettura differisce qui parecchio da altre che vengono proposte, per esempio da quella del professor Zagrebelsky, ma non mi pare che per questo sia meno legittima. Il fatto che oggi il M5S chieda la revisione dei trattati e che i sondaggi lo diano per vincente qualora si votasse con l'Italicum suggerisce che la mia lettura sia altamente realistica.

domenica 14 agosto 2016

Un Parlamento ad una piazza e mezzo


Se il problema fosse la perdita di tempo che deriva dall'avere due Camere  legislative con uguali poteri, la soluzione più ovvia all'attuale bicameralismo sarebbe il monocameralismo, un'opzione sulla quale a lungo discusse la Costituente. La "riforma" voluta da Renzi, invece, non è monocameralismo, non è bicameralismo, ma è... una camera e mezzo. E, quando si tratta di enunciare principi, come in una Costituzione si dovrebbe fare, raramente la virtù sta nel mezzo. In particolare, per differenziare i poteri delle due Camere, è stato necessario riscrivere l'articolo 70, che consisteva di nove semplici parole, con un testo lunghissimo, irto di riferimenti ad articoli e commi e, quindi, incomprensibile ai più. Non si tratta di un problema meramente estetico, sebbene l'eccessiva complessità di certe norme renda l'ignoranza della legge "scusabile" perché "inevitabile" (si veda la sentenza 24 marzo 1988, n. 364 della Corte Costituzionale), ma si tratta anche di un problema pratico: il contenzioso che nascerebbe da una simile norma potrebbe finire per rallentare piuttosto che accelerare il processo di approvazione delle leggi. Dubbi ancora maggiori sul monocameralismo e mezzo della riforma Renzi nascono ove si consideri il merito della divisione dei poteri tra le due Camere. In particolare, il Senato manterrebbe tutti i suoi poteri riguardo ai trattati dell'Unione Europea. Visto che sono previsti metodi completamente diversi per la formazione delle Camere: la Camera dei deputati eletta ed il Senato formato con elezioni di secondo grado e integrato con membri di nomina presidenziale, è verosimile che, su una questione importante come quella dei trattati europei, il sistema mostri tutta la sua schizofrenia precludendo ai rappresentanti del popolo ogni rideterminazione dell'esistente. Una riforma quindi fortemente antidemocratica e tesa a blindare lo status quo nei rapporti tra Italia e Unione Europea.
Una ulteriore ragione per non condividere la riforma è la considerazione obiettiva che il processo di formazione delle leggi sia oggi negativamente influenzato dal Governo, che sovraccarica le Camere con la decretazione d'urgenza, di cui si è abusato anche a giudizio della Corte Costituzionale. Anche qui la riforma Renzi non coglie l'obiettivo dichiarato.
Sopra ho esposto le principali ragioni per cui voterò no alla riforma Renzi. Avrei ancora da aggiungere un'obiezione minore. Se da una parte non ho dubbi sulla legittimità del processo di revisione costituzionale, da cittadino non posso non rilevare che questo processo è stato gestito da un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale, con l'aggravante che il partito che più ha goduto dell'illegittimo premio di maggioranza non ha voluto ricercare ampie convergenze in Parlamento, ma ha preferito far da solo, addirittura ricorrendo ad alleanze estemporanee con frange di forze che pure, durante la campagna elettorale, erano state definite antagoniste. Seri dubbi sulla riforma vengono ancora dal fatto che alcuni dei proponenti in passato ripetutamente asserirono che la presenza di 5 senatori a vita nel Senato avesse condizionato negativamente la formazione e la caduta di alcuni governi: se prima si trattava di 5 senatori su 320, poco più dell'1% del Senato, dopo la riforma Renzi addirittura il 5% del Senato sarebbe di nomina presidenziale. E infine, permettetemi, odio la demagogia, i presunti risparmi che deriverebbero dalla riforma e che Renzi dichiara di voler trasferire ai "più poveri" sono risibili, visto che il Senato manterrebbe tutti i suoi uffici: un risparmio pari o addirittura superiore si sarebbe potuto ottenere riducendo il numero dei membri delle due camere o ritoccandone le indennità.