sabato 24 ottobre 2015

La cannabis e le mille risorse della mafia

Cannabis sativa

E' all'esame in Parlamento una proposta di legge per la liberalizzazione della cannabis [1], voluta inizialmente dal M5S e poi firmata da 218 parlamentari di tutti gli schieramenti politici. E' una buona proposta: riconosce a chiunque il diritto di coltivare in casa fino a cinque piantine, per uso personale. La proposta non prevede alcuna tassa e, se fosse approvata, assesterebbe un colpo formidabile alla mafia, rendendo non più lucrativo lo spaccio. Il principale ostacolo all'approvazione è stato finora il fiume di decreti "urgenti" proposti dal governo Renzi che, intasando il parlamento, hanno ritardato l'iter del disegno di legge. Adesso, tuttavia, si profila un nuovo, più subdolo, ostacolo.
Una campagna giornalistica, orchestrata dal giornale "la Repubblica", suggerisce che, tassando la cannabis, i proventi potrebbero essere utilizzati per finanziare lo stato e gli enti locali ed i buchi neri costituiti dai rispettivi debiti [2]. Viene allo scopo utilizzato uno studio pubblicato da due docenti dell'Università di Messina, Pietro David​ e Ferdinando Ofria[3], che stimano il possibile gettito fiscale in una cifra compresa tra i 7 e gli 8 miliardi di euro. Tanto per capire, si tratterebbe, in media, di oltre 100 euro per ogni cittadino italiano, compresi neonati e anziani nelle case di riposo. Probabilmente poi, il "patto di stabilità" obbligherebbe gli enti locali più indebitati ad adottare le aliquote più elevate. A prendere per buone le cifre di David e Ofria, quanto dovrebbe sborsare un consumatore siciliano di cannabis per coltivarsi le sue cinque piantine? Mille euro l'anno? Ce n'è abbastanza per alimentare un mercato grigio, rendendo nuovamente conveniente per la mafia l'affare dello spaccio.
Oggi lo Stato italiano e la farmacopea ufficiale riconoscono la validità dell'uso terapeutico della cannabis [4], particolarmente utile nella terapia del dolore in gravi patologie, soprattutto oncologiche. Oggi purtroppo questi malati trovano grandi difficoltà e devono affrontare spese elevate per approvvigionarsi del farmaco[5]. Liberalizzare la cannabis è anche un modo per alleviare le sofferenze di questi cittadini meno fortunati.

[1] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/939417/index.html?aj=no
[2] http://www.repubblica.it/cronaca/2015/10/24/news/cannabis_di_stato_otto_miliardi_di_euro_il_ricavo_di_un_anno-125775906/
[3] http://www.lavoce.info/archives/36435/droghe-leggere-la-legalizzazione-e-un-buon-affare/
[4] http://www.ilpost.it/2014/03/08/cannabis-marijuana-terapeutica-italia/
[5] http://www.fondazioneveronesi.it/articoli/lesperto-risponde/cannabis-scopo-terapeutico-quando-si-puo-utilizzare

giovedì 15 ottobre 2015

Allarme rosso, governo ladro!

Frana di Saponara, novembre 2011, 3 morti.

Oggi non sono andato al lavoro. La Protezione Civile ha proclamato l'allarme rosso per "rischio idrogeologico", il rettore ha chiuso la mia università, il sindaco di Villafranca Tirrena, il paese in cui vivo, ha chiuso le scuole e ha informato i cittadini per telefono, con un nastro registrato. La strada che avrei dovuto percorrere per fare lezione, la statale 113, è tutta costellata di divieti di transito "in caso di avverse condizioni meteo", molte altre strade qui intorno recano lo stesso cartello. I cartelli sono apparsi dopo l'esondazione del torrente Saponara, qui vicino, e dopo la frana che ha fatto tre vittime, tre anni fa. Se viaggi, lo fai a tuo rischio e pericolo.

Il viadotto Ritiro, dichiarato pericolante, e gli svincoli di Giostra (A20), incombono su un popoloso quartiere di Messina. 

Dal 2012, i limiti di velocità e il restringimento della carreggiata sulla A 20 causano ore di coda ai pendolari messinesi.
La pioggia c'è stata, ma niente di che. In montagna, però, ha piovuto di più e, si sa, i torrenti in piena possono esondare: a valle sono tutti tombati e lungo il corso si scorgono detriti di ogni genere, frigoriferi e televisori compresi. Dalle mie parti oggi non ci sono state frane, ma ieri a Ribera di Agrigento c'è stato un disastro, è franata la strada statale a Polizzi Generosa, pochi giorni fa era franata l'autostrada Messina Catania e ieri sera, tornando a casa dal lavoro, ho dovuto evitare qualche ramo sulla carreggiata. E' strano, ma non chiudono i centri commerciali, non chiudono le discoteche, non chiudono i negozi, sembra che le ordinanze dei sindaci non si applichino a queste "attività produttive". Evidentemente, la scuola per i bambini e le mie lezioni di fisica all'università per i futuri ingegneri non sono considerate attività produttive. In Sicilia, ormai, il numero delle strade interrotte sta per superare quello delle strade transitabili. Ogni pioggia autunnale potrebbe tramutarsi in tragedia e in molte frazioni si rischia di rimanere intrappolati, senza vie di fuga. Il viadotto Ritiro dell'autostrada A20 Messina-Palermo è dichiarato pericolante dal 2012. Ma si continua a transitare, a velocità ridotta e su una sola carreggiata, perché manca la viabilità alternativa.

Le carrozze dell'espresso 1932 deragliato a Rometta il 20 luglio 2002, lungo la ferrovia Messina-Palermo (8 morti e 58 feriti): dopo 13 anni ancora sui binari. 
Già, da queste parti le riparazioni prendono eoni. Poco distante da me, a Rometta Marea, giace ancora abbandonata su un binario morto, parzialmente coperta di vegetazione, la locomotiva del treno espresso 1932, deragliata il 20 luglio 2002. Il disastro ferroviario aveva causato 8 morti e 58 feriti, il relativo processo vide assolti tutti gli imputati. La viabilità siciliana è sconvolta: chiusa per frana la A18 Messina-Catania, chiusa la A19 Palermo-Catania e parzialmente riaperta soltanto grazie ad una strada alternativa, la Via dell'Onestà, realizzata dai deputati regionali del Movimento 5 Stelle che hanno devoluto per lo scopo una parte dell'indennità parlamentare. Una emergenza che dura da anni. Se in Sicilia la presenza della mafia è tangibile, di quella dello Stato è difficile accorgersi. Il solo fatto che esista una Via dell'Onestà, da queste parti è già tanto.
La Via dell'Onestà, che oggi permette di superare l'interruzione della A19 Palermo-Catania dovuta al cedimento del viadotto Himera.
Non sono persona che facilmente si rassegni. Venerdì scorso, con gli amici Grilli del Tirreno, abbiamo organizzato un incontro con l'ingegnere Bruno Manfrè, responsabile per la provincia di Messina della Protezione Civile siciliana, a Calvaruso, uno dei luoghi-simbolo della nostra emergenza quotidiana. Questo paesetto, frazione di Villafranca Tirrena, insieme a Saponara, fu severamente colpito dall'alluvione dell 2012. Una decina di case vennero allora fatte sgomberare, i cittadini sfollati furono ammassati in un agriturismo poco distante e, dopo sei mesi, fatti rientrare nelle case, misteriosamente tornate agibili, benché nessuno avesse notato lavori di consolidamento. Nella mia ingenuità, convinto che qualche tipo di lavoro fosse stato fatto, chiesi cosa. Manfrè confermò che, in effetti, qualcosa era stato fatto: era stato predisposto un meccanismo di allarme che permette al Sindaco di informare tempestivamente i cittadini in occasione di violenti temporali, come poi è successo ieri. La Protezione civile, ha spiegato Manfrè, si occupa soltanto della prevenzione e della gestione delle calamità, mentre la manutenzione delle infrastrutture è compito di altri enti, Comuni, ex-Province e Regione. La prevenzione consiste evidentemente nel dare ai cittadini qualche ora di tempo per fuggire prima del disastro, la gestione delle calamità, invece, costituisce una buona fonte di reddito per gli albergatori della zona.
La Statua dell'Ecce Homo, opera di Fra' Umile da Pietralia, al santuario omonimo a Calvaruso.
Gli ultimi venti anni hanno visto la distruzione della Sicilia. I responsabili del sacco della mia terra sono i governi che si sono inutilmente succeduti a Roma come a Palermo. Oggi, con la disoccupazione al 22.2 %, 5 volte più che nell'Alto Adige e oltre il doppio della media europea, la Sicilia non ha neppure la possibilità di puntare sulle infrastrutture per il suo rilancio. Sono ottimista e voglio vedere una via d'uscita. Secondo gli articoli 36 e 37 dello Statuto della Regione Siciliana, alla Sicilia spettano tutte le tasse pagate da siciliani, lo Statuto Siciliano è infatti riconosciuto da una legge costituzionale italiana. Sebbene il principio sia stato più volte ribadito dalla Corte Costituzionale, l'ultima volta con la sentenza 131/2015[1], in realtà lo Stato incamera le entrate fiscali della Sicilia e quest'ultima, a fare i conti, vanta un credito di 7 miliardi verso lo Stato. Incredibilmente, il "governatore" siciliano, Crocetta, ha rinunciato al credito pur riconosciuto con sentenza della Consulta[2]. La via d'uscita è semplice: si dimetta Crocetta per essersi arrogato il diritto di rinunciare al credito, lo Stato riconosca quindi la nullità della rinuncia e dia alla Sicilia il dovuto. Da parte sua, la Sicilia si impegni nella realizzazione dei necessari interventi sulla rete stradale e ferroviaria siciliana. Potrebbe essere l'uovo di Colombo: dare lavoro e realizzare le infrastrutture necessarie per far tornare la Sicilia nel novero di quei paesi in cui si va al lavoro anche quando piove.

[1] http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2015&numero=131
[2] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/07/05/crocetta-rinuncia-a-crediti-per-piu-di-tre-miliardi-bufera-sullintesa-con-lo-statoPalermo04.html

sabato 1 agosto 2015

NON E' COMPLOTTISMO: E' LOTTA DI CLASSE

Faccio sempre molta attenzione alle dichiarazioni del senatore Mario Monti, cui riconosco non comuni capacità di chiarezza e fors'anche di preveggenza. In un'intervista a Rai3 (Agorà, 28 luglio 2015, dal minuto 50 in poi), Monti ha dichiarato che con "la casa di proprietà, c’è meno mobilità nel paese, il mercato del lavoro è meno mobile". Non soltanto, ma gli italiani investono meno sull'educazione dei propri figli (io credevo che questo fosse soprattutto un compito dello stato) e vivono troppo a lungo con i genitori.

Il senso di quello che dice Monti è chiaro ed è perfettamente coerente con l'idea che della società hanno gli anarcocapitalisti come lui. I lavoratori non devono avere casa, non devono avere diritti e devono essere indebitati fino al collo: soltanto in queste condizioni accetteranno di spostarsi ove più convenga ai loro padroni e dimenticheranno persino che quando non serviranno più arriverà puntuale la lettera di licenziamento. Il possesso di una casa, il diritto alla salute e all'istruzione sono, non casualmente, ostacoli per il disegno anarcoliberista, che prevede la massima libertà di circolazione per i capitali e per la manodopera. Gli Stati stessi sono un ostacolo, e devono essere, se non aboliti, almeno sterilizzati, "cedendo quote di sovranità agli organismi sovranazionali" (qui cito a memoria un discorso tenuto dallo stesso Monti), gli organismi sovranazionali sono gli stessi banchieri. La globalizzazione, l'IMF (Fondo Monetario Internazionale) e il WTO (World Trade Organization), e da noi, l'UE e l'euro sono gli strumenti del loro dominio.

Il mercato libero, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, si autoregola soltanto imponendo salari più bassi e condizioni di vita peggiori per tutti. I pochi ricchi diventano sempre più ricchi e i molti poveri sempre più poveri. Paradossalmente, l'ideologia capitalistica che sta alla base del liberismo e del Monti-pensiero continua a piacere anche in molti ambienti "di sinistra". In fondo del libertarianismo esistono versioni di destra e di sinistra. Liberi di amarsi, liberi di far soldi. Entrare la domenica sera in un centro commerciale per acquistare un i-phone con la finanziaria ci fa sentire più liberi. Ci appaiono lontani e tristi quegli anni in cui i negozi restavano chiusi la domenica e, per acquistare un gadget tecnologico, si doveva aspettare di mettere da parte i soldi. Oggi basta pensare all'oggetto del desiderio ed entrare nel negozio per portarselo a casa: il trionfo della libertà individuale, per alcuni. Meglio non pensare che il commesso che ci ha venduto l'oggetto è uno stagista che lavora 50 ore la settimana per 800 euro al mese. Meglio non pensare che il commesso la domenica non può andare al mare con la famiglia, e neppure gli altri giorni: lui è libero il martedì, la moglie il mercoledì, sempre che non ci siano colleghi malati da sostituire. Un tempo bastava che lavorasse uno solo in una famiglia, oggi lavorando in due ce la si fa a stento e soltanto perché c'è la casa che i nostri genitori ci hanno lasciato in eredità. Fintanto che si lavora in due, e con la casa di papà, ce la si può anche fare a comprare cibo scadente al discount col poco che resta dopo aver pagato le rate della finanziaria. Ma basta un nonnulla, è la crisi, si viene licenziati, le banche si prendono la casa del povero papà e... noi saremo più disponibili alla mobilità. Abbiamo creduto che lavorare in due in una famiglia rendesse le donne più libere, perché continuiamo a non voler contare le coppie di separati in casa obbligati ad una difficile convivenza proprio perché non possono permettersi il lusso di una effettiva separazione? Perché non vogliamo capire a cosa si è ridotta la nostra convivenza se io oggi lavoro la mattina e lei la sera e, a stento, riusciamo a condividere in orari differenti lo stesso schermo televisivo full HD 3D?

Io sono tra quelli che hanno gioito, povero illuso, quando il trattato di Maastricht stabilì la libera circolazione dei cittadini dell'Unione Europea. Lavoravo in Inghilterra, a Bristol e, da un giorno all'altro, non ho più avuto bisogno di un'assicurazione sanitaria privata: d'allora in avanti per me avrebbe pagato il servizio sanitario nazionale, finalmente sarei stato trattato come un cittadino inglese. Poi è passato del tempo e mi sono accorto che il servizio sanitario pagava sempre meno, che le liste di attesa si allungavano, la qualità dell'assistenza peggiorava, i ticket erano sempre più salati e cresceva il numero di quanti non potevano più permettersi le cure, in Inghilterra come in Italia.

Ho sempre avuto in odio il razzismo, sono di quella generazione cresciuta leggendo il "Diario di Anna Frank" e "Ragazzo negro". Come avrei potuto credere che qualcosa di infido si nascondesse dietro l'apertura delle frontiere all'immigrazione? Venivano dai paesi dell'Africa per lavorare da noi, venivano dall'Europa orientale per accudire le nostre vecchie madri. Un'opportunità per loro, come per noi. Ricordavo il racconto di mio nonno che aveva messo su famiglia con i pochi dollari sudati in una fabbrica di sigari di Philadelphia. E quando ho visto gli immigrati accontentarsi di salari sempre più bassi, di condizioni di vita sempre peggiori, ho pensato di potermi consolare, in fondo mio nonno doveva accontentarsi di guadagnare meno di uno yankee e anche per lui era stata dura in America. Poi, quando finalmente ho capito cosa stava accadendo, i salari erano già bassi per tutti, i diritti non c'erano più per nessuno.

Globalizzazione, a me quella parola non è mai piaciuta, legato come sono sempre stato alla mia insularità. Siciliano e cittadino del mondo. Un tempo mi piaceva scherzare e dire di essere bilingue: la mia prima lingua era il siciliano e la seconda l'inglese. Da siciliano e cittadino del mondo che non capiva perché l'essere italiano avrebbe dovuto preferirsi all'esser siciliano, non capivo neppure perché essere europeo avrebbe dovuto costituire un miglioramento. Mi piaceva e mi piace sempre incontrare gente diversa, confrontarmi con culture diverse. Ho seduto fumando con il capofamiglia in una capanna di fango Masai, c'erano due stanze, una per gli uomini ed una per gli animali. Io parlavo inglese, la mia guida traduceva in swahili e uno dei figli del mio ospite in Masai, mentre sul focolare cuoceva una povera zuppa di banane verdi. Se non l'avete provato, non capirete cosa vuol dire cercare di intendersi a tutti i costi. Ed alla fine ci riuscimmo, eravamo tutti sorridenti e ci abbracciavamo. Io credevo che il mondo multietnico e multiculturale cui aspiravamo in quei maledetti anni Novanta fosse qualcosa come fumare dalla stessa pipa con il vecchio Masai, sorridere e stringersi la mano. Purtroppo, invece, la sola cultura unificante che vedo diffondersi è quella delle serie televisive e dei reality show. Cristiani, musulmani, buddisti, atei e induisti guardiamo la stessa TV, compriamo gli stessi smartphone, miracolo del mercato globale. La comprensione reciproca è arrivata al punto in cui il terrorismo "islamico" viene ricambiato con i bombardieri europei e americani. E nessuno che si chieda se l'aver bombardato la Libia del cattivo Gheddafi abbia qualcosa a che vedere con le imprese del sedicente Califfato islamico. Noi credevamo di esportare il benessere nel Terzo Mondo, purtroppo ne abbiamo importato la fame.

Fui felice, nel 1979, di votare per il primo Parlamento europeo. Avevo studiato di un Parlamento in cui erano risuonate le tre magiche parole: libertà, uguaglianza e fraternità, sapevo dalle narrazioni di mio padre come quando c'è una dittatura non si vota e mi aspettavo che quel nuovo parlamento potesse aggiungere altre parole magiche come progresso, diritti, tolleranza e prosperità. Anche se non mi piaceva tanto che fosse un parlamento soltanto europeo, da quando ero bambino sapevo che le elezioni sono sempre una buona cosa. E' il popolo che decide, così mi dicevano. In effetti una bella parola nuova venne fuori, fu Erasmus e permise a tanti giovani come me di viaggiare per studiare, di incontrare coetanei di altri Paesi, di imparare a confrontarsi con sistemi, mentalità diverse. In Inghilterra ammirai la puntualità delle poste e dei treni, il rispetto per il lavoro, per le strade e i prati, quei College belli come cattedrali, amai gli inglesi quando dicevano che grazie alle borse di studio il figlio di un bottegaio era diventato Isaac Newton, quando dicevano che le tasse sui libri e la cultura erano immorali. Al mio ritorno in Italia avrei voluto portare con me un pezzo di quell'Inghilterra adorabilmente moralista nel mio posto di lavoro. Non soltanto questo non fu possibile, ma ritornando in Inghilterra negli anni successivi mi è capitato di vedere lattine abbandonate sui marciapiedi della metro. E intanto l'Europa chiedeva agli inglesi di tassare i libri e agli italiani di distruggere le arance e il latte. Ricordate le arance sotto i cingoli dei trattori? L'Europa chiedeva. Dopo Erasmus nessuna parola magica è venuta dall'Europa e, delle tre parole della Rivoluzione francese, sopravvive oggi soltanto libertà, mentre ci allontaniamo sempre più dalla fratellanza e la distribuzione della ricchezza o il godimento di diritti diventano sempre più ineguali.


Ho scritto sopra degli anarcocapitalisti, non voglio essere frainteso. L'anarco-capitalismo è una dottrina politica prima che economica. Una religione laica fondata sul libero mercato, una versione moderna dell'homo homini lupus, e sui dogmi accessori dell'alleggerimento dello Stato e delle privatizzazioni. Non sorprende che persone con interessi simili si alleino e agiscano più o meno di concerto. I capitalisti di tutto il mondo preferiscono spostare la produzione dai paesi d'origine, dove i lavoratori ancora godono di salari e tutele relativamente elevati, verso il Terzo Mondo dove i lavoratori sono assai meno pagati e garantiti. E' logico quindi che i capitalisti si alleino tra loro. Hanno tutto da guadagnare dalla globalizzazione e dalla distruzione degli stati nazionali, i fatti inequivocabilmente dicono che si sono impadroniti, con mezzi in gran parte leciti, del controllo dei centri nevralgici del potere e dell'informazione. Non c'è alcun bisogno di pensare a "complotti", è sufficiente attenersi al vecchio metodo materialista per comprenderlo. Non è altrettanto evidente, invece, perché non riesca a farsi strada l'idea che ad un nemico così potente e coalizzato si debba opporre una coalizione sociale più ampia possibile e disposta a dare battaglia su tutti i temi importanti della globalizzazione. La sola spiegazione che riesco a darmi è la diffusione tra gli intellettuali di una vera e propria subalternità culturale rispetto alle varie declinazioni del tema della libertà.

venerdì 28 novembre 2014

La mia opinione sull'immigrazione

Le discussioni sulle migrazioni rischiano sempre di finire in luoghi comuni, soprattutto quando se ne considerano gli aspetti etici. Cerco di dare un contributo da materialista quale sono, limitandomi ai fatti.

  1. Se cento poveri, tutti insieme, bussano alla mia porta, non ho come sfamarli. I flussi migratori devono essere regolati. Rinunciare a regolare i flussi significa innescare guerre tra i migrati poveri e indigeni altrettanto poveri. 
  2. Le migrazioni sono fenomeni storici, avvengono ogni volta che c'è un confine tra un paese "ricco" e uno "povero". Le migrazioni seguono le differenze della ricchezza e non c'è modo di fermarle fintanto che queste differenze sussistono: i migranti sono disposti a rischiare la vita pur di raggiungere la meta. Se volete pensate alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente.
  3. Le migrazioni sono usate strumentalmente dai capitalisti del paese "ricco", che ne traggono vantaggio. I migranti (soprattutto se clandestini) tendono infatti ad accettare condizioni di lavoro e di vita molto inferiori agli standard dei paesi in cui giungono. Non soltanto essi costituiscono una massa di lavoratori a buon mercato, ma anche un grimaldello per imporre condizioni lavorative via via peggiori agli indigeni. Questa circostanza porta ad un impoverimento di tutta la società.
Come affrontare il problema allora? La risposta della Lega e della destra in generale si limita alla reazione al punto (1): tipicamente si chiede di bloccare le frontiere. Personalmente credo che delle quote siano necessarie, ma sono sicuro che esse, da sole, non possano risolvere il problema (vedi punto 2). La soluzione può essere trovata soltanto annullando la causa dei flussi migratori, cioè le differenze economiche tra i paesi. Questo, tuttavia, può avvenire in (almeno) due maniere diverse. In effetti oggi le condizioni di vita dei "poveri" che vivono nei paesi "ricchi" peggiorano continuamente ed è legittimo pensare che, se non si interviene, questo processo si arresterà soltanto quando queste condizioni si saranno allineate con quelle dei paesi del Terzo Mondo. Questo processo è insito nella cosiddetta globalizzazione e condurrebbe ad una società in cui pochi ricchi privilegiati disporrebbero della totalità ( o quasi) della ricchezza. Questo genere di soluzione chiarisce come la reale contraddizione sia tra classi sociali piuttosto che tra popoli diversi.
Una soluzione differente dalla globalizzazione può essere ricercata, ma richiede lavoro su fronti diversi. In primo luogo, l'Occidente dovrebbe farsi carico di una politica di aiuti ai paesi poveri, non parlo di invii di cibo e di medicinali, quelli servono solo in emergenza, parlo di invio di insegnanti e di tecnici capaci di fornire l'impulso necessario alle economie dei paesi poveri: costruiamo scuole, case, ospedali, fattorie, strade, acquedotti e, soprattutto, trasferiamo le competenze necessarie perché possano continuare da soli. In secondo luogo, si deve sorvegliare ovunque sulle condizioni di lavoro: i lavoratori devono essere pagati adeguatamente, lavorare in ambienti salubri, i loro figli devono avere un'istruzione adeguata. Ultima cosa, è necessario intervenire con il controllo delle nascite: oggi il pianeta riesce a sostenere (male) 7 miliardi di abitanti, si possono migliorare tante cose e forse si potranno sostenere anche 10 miliardi, ma c'è un limite alla capacità di sostentamento.



Indice di fertilità in diversi paesi del mondo. La scala in basso a sinistra si riferisce al numero di bambini nati vivi per ogni donna. (Fonte: CIA World Factbook 2013).

venerdì 30 agosto 2013

La Siria come l'Iraq? Perché la storia non si ripeta

La soldatessa americana England tortura un prigioniero di guerra irakeno nel carcere militare di Bagdad.


Il 20 marzo 2003, una coalizione guidata dagli USA di George W. Bush invase l'Iraq di Saddam Hussein, dando inizio alla Seconda Guerra del Golfo. I parlamenti degli USA e del Regno Unito autorizzarono l'invasione sulla base delle informazioni dei servizi segreti, secondo i quali l'Iraq disponeva di armi chimiche, biologiche e nucleari proibite dagli accordi internazionali.  L'Iraq era inoltre accusato di essere un "paese canaglia", avrebbe infatti fornito appoggio ad Al-Qaeda, l'organizzazione terroristica internazionale diretta dall'ex-agente della CIA Osama bin Laden, responsabile dello spettacolare attacco aereo dell'11 settembre 2001 che abbatté le torri gemelle del Word Trade Center di New York. La guerra terminò ufficialmente dopo poco più di un mese di combattimenti, il 1 maggio 2003. Saddam Hussein, catturato dagli americani, fu impiccato il 30 dicembre del 2006. In realtà il conflitto ebbe un lunghissimo strascico, degenerando in una guerra civile che non è mai terminata. Almeno 50 mila furono i militari morti e oltre 200 mila le vittime civili. Nella prigione di Abu Grahib a Bagdad, prigionieri irakeni furono torturati, stuprati, sodomizzati e uccisi.  La pubblicazione delle prove di questi crimini da parte de The New Yorker e la diffusione di immagini particolarmente crude, obbligarono l'esercito americano a svolgere un'inchiesta. Undici soldati americani vennero rimossi dal servizio e condotti innanzi alla corte marziale. Soltanto due militari di truppa furono condannati, a 3 e 10 anni di detenzione rispettivamente, mentre tutti gli ufficiali coinvolti vennero assolti.

Una finta esecuzione nel carcere militare di Bagdad


Vale la pena di ricordare qui gli obiettivi dichiarati della "missione militare", svolta congiuntamente da USA, Regno Unito, Australia e Polonia, mentre altri 36 paesi, inclusa l'Italia, collaborarono in un modo o nell'altro alle operazioni. Nel suo indirizzo alla nazione, il presidente USA George W. Bush [1] affermò che si trattava di "disarmare l'Iraq dalle armi di distruzione di massa, di por fine al supporto al terrorismo da parte di Saddam Hussein e di liberare il popolo iracheno". In realtà le armi di distruzione di massa non furono mai trovate e l'indagine svolta dalla NATO dopo il conflitto rivelò che l'Iraq aveva distrutto armi nucleari, chimiche e batteriologiche già 10 anni prima del conflitto, rispettando quindi le risoluzioni dell'ONU [2]. Nessuna evidenza fu trovata neppure per i supposti rapporti tra il regime di Hussein e Al-Quaeda. Le operazioni militari, infine, non sono riuscite neppure ad insediare un governo filooccidentale a Bagdad, dove continuano ad essere riportate violenze di ogni genere tra i diversi gruppi etnici e religiosi. L'operazione in Iraq, fortemente voluta da George W. Bush e dal primo ministro inglese Antony Blair fu quindi, da ogni punto di vista, un completo fallimento.
Un prigioniero di guerra irakeno torturato e ucciso a Bagdad


In questi giorni, il regime di Assad che governa la Siria è accusato di aver usato gas nervini contro la popolazione civile. Mentre non si possono aver dubbi sull'effettivo impiego di gas in Siria, non vi è alcuna certezza che tali attacchi siano attribuibili al regime di Assad [3]. Vale la pena, se non vogliamo correre il rischio di una nuova assurda guerra in Siria, renderci conto di come fu possibile falsificare prove dell'esistenza di armi nucleari e chimiche in Iraq, per renderci conto di quanto potrebbe avvenire domani in Siria. Il 28 gennaio 2003, due mesi prima dell'invasione, il presidente americano Bush annunciò nel suo discorso alla nazione che il governo britannico era in possesso di prove che dimostravano l'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Nel 2004 il Financial Times scoprì il cosiddetto Nigergate [4]: le false informazioni erano giunte da un agente del SISMI, Rocco Martino, che, in collaborazione con alcuni diplomatici nigeriani e dei servizi segreti francesi, aveva prodotto un dossier dal quale risultava un contratto per la fornitura di uranio all'Iraq da parte del Niger. Lo stesso Martino avrebbe poi recapitato il dossier ai servizi segreti inglesi.
L'impiccagione di Saddam Hussein.


Il parlamento britannico ha recentemente respinto la richiesta di autorizzazione preventiva per un attacco alla Siria. Probabilmente ha pesato qui il timore che il primo ministro Cameron potesse ripetere l'errore commesso da Blair ai tempi della seconda guerra del golfo. Il presidente americano Obama si dice deluso della decisione inglese e valuta opzioni diverse, inclusa l'eventualità di un attacco da parte dei soli USA. E' importante, ancora una volta, non cadere nel tranello di credere che la guerra possa essere combattuta per stabilire la democrazia alla Siria. Le esperienze dell'Iraq e dell'Afganistan, come quelle più recenti di Tunisia, Libia ed Egitto, ci insegnano come il sostegno occidentale ai rivoltosi contro regimi indubbiamente dispotici abbia sempre portato a situazioni di caos e regimi peggiori di quelli che si intendeva abbattere, rafforzando sempre i movimenti religiosi più estremisti.    

[1] http://georgewbush-whitehouse.archives.gov/news/releases/2003/03/20030322.html
[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Iraq_Survey_Group
[3] http://www.tempi.it/siria-assad-armi-chimiche-dubbi-esperti#.UiCOj9JATbM
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Nigergate
[5] http://www.repubblica.it/2005/j/sezioni/esteri/iraq69/sismicia/sismicia.html

mercoledì 14 agosto 2013

I babbaluci




In siciliano i babbaluci (o anche vavaluci, vaccareddi, bugalaci) sono le comuni chiocciole di terra, piccoli moluschi della classe Gasteropoda. Si tratta di animali bizzarri: sono ermafroditi insufficienti, ogni individuo possiede infatti gli organi sessuali maschili e femminili, ma ha bisogno di un altro individuo per accoppiarsi, fecondandolo e rimanendone fecondato, contemporaneamente. D'inverno vanno in letargo, chiudendosi dentro il guscio e sigillandolo con una pellicola protettiva bianca, che verrà poi forata dall'animale alle prime piogge autunnali. I babbaluci in letargo vengono anche detti stuppateddi o 'ntuppateddi, e sono più pregiati, per le ragioni che vedremo sotto.

Giovanni Meli (Palermo, 1740-1815) fu medico, chimico, filosofo e grande scrittore in lingua siciliana, in verità più apprezzato all'estero che in Italia, tant'è che traduzioni critiche della sua opera sono disponibili in inglese ma non in italiano. In una delle sue Favuli murali (Favole morali), Meli descrive così l'incontro tra due babbaluci:

Purtandusi la casa su la schina
dui babbaluci all'umbra di una ferra,
cu la vucca di scuma sempri china
si ianu strascinannu terra terra

[Giovanni Meli, Li babbaluci in Favuli murali, in Moral Fables and Other Poems: A Bilingual Anthology, traduzione in inglese a cura di Gaetano Cipolla]
Portandosi la casa sulla schiena
due babbaluci all'ombra di un ferro,
con la bocca sempre piena di schiuma
andavano strisciando raso terra
Noti in Francia come escargot o petit-gris, i piccoli gasteropodi, a dispetto di sembianze talmente dimesse, sono protagonisti di alcuni capolavori dell'arte culinaria e si suppone posseggano proprietà afrodisiache.

Mia nonna Peppina, la madre di mio padre, univa alla sua sapienza antica di contadina siciliana le capacità di una cuoca impareggiabile.  Riporto qui la sua ricetta dei vaccareddi, una vera delizia.

I babbaluci vanno raccolti alle prime luci dell'alba e devono essere lasciati "purgare" per almeno 24 ore, meglio se per 3 giorni, in un recipiente con un coperchio fermato da un peso e con poca acqua, in modo che possano liberarsi di tutte le feci. Vanno poi sciacquati con cura e posti in una casseruola, coperti appena di acqua senza sale. Raggiunta l'ebollizione, vanno cotti per circa un'ora, con la fiamma bassa, aggiungendo acqua calda se necessario. Scolare, quindi, e sciacquare ancora. Se lo si desidera, togliere gli animaletti dal guscio, aiutandosi con uno stuzzicadenti. Far imbiondire in padella con olio d'oliva un battuto di sedano ed aglio, aggiungere due o tre pomodori, pelati e schiacciati a mano, e i babbaluci. Continuare la cottura per 15 minuti a fuoco lentissimo, aggiungere sale e pepe e, se lo si desidera, peperoncino rosso. Spegnere il fuoco e aggiungere basilico o menta freschi. I vaccareddi sono ottimi tanto caldi quanto freddi. 


La stessa ricetta va bene anche per le stuppateddi. In questo caso, tuttavia, non è necessario lasciare gli animaletti a purgare, perché non hanno mangiato nulla per tutta l'estate. Occorre invece rompere la pellicola e fare attenzione che... non scappino.

Anche Giovanni Meli era un uomo bizzarro. Pur non avendo mai preso i voti religiosi, prima di assumere la cattedra di chimica nelle università di Palermo e di Messina, lavorò come medico, stipendiato dall'abbazia benedettina di San Martino delle Scale, a Cinisi. Lì, forse per mimetizzarsi, prese l'abitudine di vestire l'abito talare, cosa che gli valse il soprannome di abate. Attentissimo osservatore, l'abate Meli fu, con Jean de La Fontaine, continuatore di quella tradizione favolistica iniziata con i classici Esopo e Fedro, e proseguita con lo splendido medievale Roman de Renart. Molte di queste favole fanno parte di una tradizione orale che si va spegnendo e cui attingeva a piene mani anche nonna Peppina, splendida raccontatrice di cunti. Nei quattro versi citati sopra, Meli coglie due aspetti antropomorfi dei babbaluci: l'aver sempre la bocca piena di schiuma e lo strisciare raso terra. Per completare la descrizione dobbiamo aggiungere le simpatiche corna retrattili (più correttamente dovrebbero dirsi tentacoli) possedute dai gasteropodi. Dalle nostre parti, un modo scherzoso per dare del "cornuto" a qualcuno è dire "Avi cchiù corna d'un vaguni i bugalaci" (ha più corna di un vagone carico di lumache). Il suono della parola babbaluci ricorda poi, per assonanza, il siciliano "babbi", cioè stupidi, creduloni. Così, i babbaluci divengono, in una metafora di uso comune, persone grette e stupide, schiumanti di invidia per tutto ciò che sopra di essi si innalza, pronti a credere qualunque fanfaluca venga loro raccontata, cornuti, ominicchi o addirittura pigliainculo e quaquaraqà, per riferirci alla classificazione sciasciana [1]. Un'ultima importante caratteristica degli animaletti, sfuggita a Meli, è stata ritrovata nella ricetta di nonna Peppina. Come abbiamo detto, infatti, il coperchio del vaso in cui i babbaluci vengono messi a purgare deve essere fermato con un peso, altrimenti i gasteropodi, facendo leva con le corna, sarebbero in grado di sollevarlo per fuggir via. 

A pensarci bene, c'è un che di meraviglioso, nel senso che suscita meraviglia, in questa capacità, condivisa da babbaluci e cretini, di smuovere il mondo facendo leva sulla propria miseria, sulla base soltanto di quanto si crede, solo per aver sentito da fonte che si ritiene degna di fede. Le credenze, infatti, non essendo né vere né false, sono capaci di cambiare il mondo, come osservava il filosofo pragmatista americano William James (1842-1910). E se è vero che "la mamma dei cretini è sempre incinta", allora la meraviglia può trasformarsi in incubo...  

Una favola recente, non se ne può più di ascoltarla in TV, recita qualcosa come "Sale lo spread, la crisi si aggrava. Scende lo spread basso, la crisi finisce". Oggi, con lo spread più basso che mai, gli italiani attendono felici al mare la mannaia della spending review che giungerà con le prime piogge d'autunno. Mi auguro almeno che, come per i babbaluci, questo possa segnare la fine del letargo. 

Una volta tanto non mi dilungo con la cronaca politica. Chiudo con "I babbaluci", una filastrocca popolare siciliana, messa recentemente in musica dal siciliano Roy Paci [2] e riportata di sotto insieme con la mia traduzione. Stupidi e creduloni, con la loro stolida determinazione,  possono fare danni incredibili, ma basta una vuci per fermarli. Io mi aggrappo a questa speranza.  

Viri chi dannu chi fannu i babaluci
ca chi li corna ammuttanu i balati
su n’era lestu a ghittarici na vuci,
viri chi dannu chi fannu i babaluci. 
C’era na vota un poviru muraturi,
c’avia un annu c’un putia travagghiari,
e priannu lu Santu Accutufatu,
truvò u travagghiu e cariu ru fabbricatu. 
Viri chi dannu chi fannu i babaluci
ca chi li corna ammuttanu i balati
su n’era lestu a ghittarici na vuci,
viri chi dannu chi fannu i babaluci. 
C’era ‘na vota ‘nu poviru piscaturi,
ch’avia tri gghiorna ca nun piscava nenti
s’arrivulgìu a lu Santu Patriarca
truvò lu pisci e affunnò cu’ tutta a varca. 
Viri chi dannu chi fannu i babaluci
ca chi li corna ammuttanu i balati
su n’era lestu a ghittarici na vuci,
viri chi dannu chi fannu i babaluci. 
C’era ‘na vota un poviru craparu
ca’ un beddu jornu persi tutti ‘i crapi,
s’arraccumanna a santu Micheli,
truvau li crapi e persi la mugghieri. 
Viri chi dannu chi fannu i babaluci
ca chi li corna ammuttanu i balati
su n’era lestu a ghittarici na vuci,
viri chi dannu chi fannu i babaluci. 
C’era na vota un poviru surdatu,
c’avia l’ugnu ru pieri ‘ncarnazzatu,
e priannu li Santi e San Micheli,
ci sanò l’ugniu e ci cariu u peri. 
Viri chi dannu chi fannu i babaluci
ca chi li corna ammuttanu i balati
su n’era lestu a ghittarici na vuci,
viri chi dannu chi fannu i babaluci.


Guarda quanto possono essere dannose le lumache
che con le corna possono sollevare le pietre
se non fossi stato lesto a richiamarle
Guarda quanto possono essere dannose le lumache. 
C’era una volta un povero muratore,
che non trovava lavoro da un anno,
e pregando Sant'Abbacchiato,
trovò lavoro e cadde dal fabbricato. 
Guarda quanto possono essere dannose le lumache... 
C’era una volta un povero pescatore,
che da tre giorni non pescava nulla
si rivolse al Santo Patriarca
trovò il pesce e affondò con la sua barca. 
Guarda quanto possono essere dannose le lumache... 
C’era una volta un povero pastore,
che un bel giorno perse tutte le capre,
si raccomandò a San Michele,
trovò le capre e perse la moglie. 
Guarda quanto possono essere dannose le lumache...

C’era una volta un povero soldato,
che aveva incarnita l'unghia del piede,
e pregando i Santi e San Michele,
ebbe guarita l'unghia e perse il piede.
Guarda quanto possono essere dannose le lumache...

[1] Riportiamo qui la bellissima citazione di Leonardo Sciascia, "Il giorno della civetta", Einaudi, 1961:
«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... [...]»

giovedì 11 luglio 2013

Naufragio!

La zattera della Medusa (1818),  dipinto di  Théodore Géricault, Museo del Louvre, Parigi.

Nel giugno del 1816, la fregata francese Méduse, già gioiello della marina napoleonica, partì insieme con altre tre navi  alla volta del Senegal. Il comandante, Hugues Duroy de Chaumareys era stato nominato capitano della fregata nonostante la scarsissima esperienza di navigazione: in tempo di Restaurazione contavano infatti soprattutto i quarti di nobiltà. Compito della piccola flotta: riprendere il possesso della colonia del Senegal. Tra i passeggeri della nave era infatti Julien-Désiré Schmaltz, governatore designato della colonia. Disponendo di una delle navi più veloci dell'epoca, il capitano volle abbandonare lo schieramento per giungere primo in Senegal. La sbruffoneria non sempre ripaga e così, il 2 luglio, la Méduse si incagliò su un banco di sabbia, 160 chilometri al largo della Mauritania. Fallito ogni tentativo di disincagliare la nave, a causa dell'inesperienza e dell'incapacità di capitano e governatore, i superstiti tentarono il viaggio verso la costa. Poiché le scialuppe non erano sufficienti, il capitano e gli ufficiali diedero ordine di imbarcare i marinai semplici su una zattera di fortuna che avrebbe dovuto essere trainata dalle scialuppe. Dopo appena pochi chilometri, il cavo di traino venne tranciato e i marinai della zattera abbandonati al proprio destino. Quasi completamente sprovviste di viveri e di acqua, sulla zattera, 20 persone morirono già la prima notte. Al nono giorno i sopravvissuti si diedero al cannibalismo. Il tredicesimo giorno, il 17 luglio, dopo che i più erano morti di fame e di sete o si erano gettati in mare per la disperazione, i pochi superstiti vennero salvati dal battello Argus; per cinque di essi non vi fu nulla da fare, tanto erano stremati, e morirono sulla Argus la notte seguente.
Quando, il 13 settembre, il Journal des débats pubblicò le testimonianze dei sopravvissuti della Méduse, lo scandalo sembrò travolgere la restaurata monarchia francese. Sottoposto alla corte marziale, il comandante riuscì ad evitare la pena di morte: egli fu semplicemente radiato dalla Marina francese e condannato a tre anni di prigione. La vicenda ispirò anche il pittore Théodore Géricault, per il famoso quadro "La zattera della Medusa", oggi conservato al Louvre di Parigi.

La Costa Concordia, incagliatasi in prossimità del'isola del Giglio il 31 gennaio 2012.

Tutti gli ingredienti del naufragio della Méduse, sbruffoneria, codardia e inesperienza tecnica, unite al disprezzo per le vite altrui, si ritrovano nel più recente naufragio della Costa Concordia, avvenuto il 31 gennaio 2012. Anche lì, il capitano Francesco Schettino, fu uno dei primi a trarsi in salvo. La circostanza che il naufragio fosse avvenuto nelle acque in prossimità dell'isola del Giglio evitò, fortunatamente, gli atti di cannibalismo tra i superstiti. Le indagini, tuttora in corso, evidenziano possibili responsabilità degli armatori: i risparmi fatti sulle competenze dell'equipaggio e sulle dotazioni di sicurezza potrebbero essere tra le concause della morte delle 32 vittime.  In altri naufragi celebri, come quello della Titanic avvenuto nell'Oceano Atlantico il 10 aprile 1912, il comandante Edward John Smith diede prova di eroismo e dedizione inabissandosi con la nave dopo aver coordinato i soccorsi, ma anche in quel caso emerse l'insufficienza delle scialuppe di salvataggio. Così ci chiediamo se trarre profitto mettendo a repentaglio la vita altrui sia poi così tanto diverso dal cannibalismo...


Anche il nostro Paese si avvia mestamente verso la catastrofe. E, quel che è peggio, al timone stanno gli stessi responsabili dello sfacelo: la recessione economica è stata infatti fortemente voluta dai partiti, PD, PDL e Scelta Civica, che non si sono alternati ma, piuttosto, hanno condiviso la guida del governo. Tutti gli indicatori economici sono in rosso. Come Beppe Grillo ha dichiarato al presidente Napolitano:
I numeri dello sfacelo sono sotto gli occhi di chiunque voglia vederli, e sono drammatici. Il tasso di disoccupazione più alto dal 1977, il crollo continuo della produzione industriale, che si attesterà a meno tre per cento nel 2013, la continua crescita del debito pubblico che è arrivato a 2.040 miliardi di euro, il fallimento delle imprese che chiudono con il ritmo di una al minuto, una delle tassazioni più alte d’Europa, sia sulle imprese che sulle persone fisiche, gli stipendi tra i più bassi della UE, il crollo dei consumi, persino degli alimentari, l’indebitamento delle famiglie. [...]  Il debito pubblico ci sta divorando, paghiamo di interessi circa 100 miliardi di euro all’anno, che crescono ogni giorno. Solo quest’anno per non fallire dovremo vendere 400 miliardi di euro di titoli. Le entrate dello Stato sono di circa 800 miliardi all’anno, un euro su otto serve a pagare gli interessi sul debito. Né Berlusconi, né Monti, né Letta hanno bloccato la spirale del debito pubblico, che cresce al ritmo di 110 miliardi all’anno. Gli interessi sul debito e la diminuzione delle entrate fiscali, dovute al fallimento di massa delle imprese, alla disoccupazione e al crollo dei consumi, rappresentano la certezza del prossimo default.
E' sufficiente ragionare un attimo soltanto per capire come le cose stiano effettivamente così. Cosa farebbero, infatti, un saggio contadino o un esperto artigiano, se si trovassero in difficoltà, pieni di debiti? Rimboccherebbero le maniche per lavorare di più, per produrre di più. E mai e poi mai rinuncerebbero ad acquistare le sementi necessarie per l'anno prossimo o gli strumenti di lavoro. I contadini e gli rtigiani sanno infatti che questo genere di tagli ucciderebbe le proprie imprese. La politica di Monti, Letta e Berlusconi è sempre la stessa: tagli e tagli. Così infatti ha deciso l'Unione Europea (UE), la Banca Centrale Europea (BCE) e il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la triste trojka che nei fatti ci governa. Più si taglia, più aumenta la disoccupazione, più imprese chiudono. E' semplicemente questo quanto sta succedendo. E, poiché i disoccupati non pagano tasse, più disoccupati significa minori risorse per pagare il debito pubblico. Il debito quindi cresce, fuori da ogni controllo, alimentato dagli interessi passivi ed ha ormai superato l'incredibile soglia dei 2000 miliardi. E' possibile uscire da questa spirale? E se è possibile, chi e come ci può portare fuori? A queste due domande cercheremo di rispondere con questo post.
In primo luogo, è sempre possibile l'uscita dalla crisi. L'Italia del 1945 era stata distrutta da una terribile guerra persa e tuttavia si risollevò. Come fu possibile? Lavorando!  la prima parte della risposta è semplice: la ricchezza è il lavoro, non il denaro. Il denaro deve essere usato, dando impulso all'industria ed all'agricoltura, indebitandosi per finanziarne la ricrescita. La risposta oggi è investire in attività produttive: agricoltura, industria, artigianato, istruzione, ricerca, università, sanità. Bisogna finanziare proprio quello che oggi si taglia! Dove si trovano i soldi? Si prendono a prestito, se si vuole rimanere nell'euro, altrimenti si esce dall'euro e si stampano! L'Italia del dopoguerra ha fatto proprio questo: ha stampato denaro. Qui i finti tecnici - sono tanti i tecnici ignoranti, forse anche di più di quelli in malafede - diranno che stampando moneta si genera inflazione (e qui hanno ragione), e che l'inflazione la pagano i ceti sociali più deboli. Senza entrare nei dettagli, ricordiamo che questo non è avvenuto nell'Italia del dopoguerra  per la semplice ragione che esistono contromisure efficaci. La prova? Chiedete ai vostri genitori o ai vostri nonni di quanto è cresciuto il tenore di vita degli italiani, inclusi i meno abbienti, negli anni '50 e '60 del  XX secolo! Bisogna fare però attenzione a non finanziare indiscriminatamente. Tanti finanziamenti in passato, sono finiti nelle mani di speculatori senza scrupoli o addirittura di mafiosi. Si deve, al contrario, finanziare esclusivamente il lavoro produttivo, cioè quello che incrementa la ricchezza della società. Alcuni tagli, poi, e qui entriamo nella seconda parte della risposta, sono possibili, anzi necessari. Possiamo e dobbiamo tagliare i redditi parassitari, quelli dei politici, ma anche quelli dei manager pubblici e privati, dei pensionati di lusso (oltre i 5 mila euro al mese). Dobbiamo e possiamo nazionalizzare quelle aziende e quelle banche che oggi vengono finanziate dallo stato o dagli enti pubblici senza alcuna garanzia. Qui sto parlando di casi come quello del Monte de' Paschi, ma potrei parlare anche di FIAT o di Mediaset. In questa maniera, con simili mirati tagli, otterremo il vantaggio aggiuntivo di liberare il paese da quel coacervo di interessi che ha corrotto la vita politica e si è impadronita dei partiti alimentandoli con mille tangenti.
Enrico Letta (PD) sulle spalle di zio Gianni (PDL).

Chi ci può portare fuori? E' del tutto evidente che non possono essere quelli che ci hanno portato a questo punto: PD, PDL e scelta civica fanno soltanto gli interessi della casta. Nei momenti di crisi grave, come questo, nascono movimenti di opinione che crescono e raggiungono la maturità politica: siamo noi stessi i capitani che possono guidare la nave Italia fuori dalla crisi, farla rinascere più forte e più bella. L'ultima mano della partita è già iniziata. Chiediamo le dimissioni dei responsabili della crisi e nuove elezioni.